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Reportage
Filippo La Mantia: “siciliano illustre di cucina”
Oliovinopeperoncino nel mondo dell’alta gastronomia: dopo l’intervista a Heinz Beck, Filippo La Mantia. Come la dugentesca Scuola di Federico II produsse i primi vagiti della tradizione letteraria italiana sotto l’ègida del siciliano illustre, la neo-ristorazione tricolore si ciba del “siciliano illustre di cucina” del grande chef palermitano La Mantia.
In primo piano
La Grande Festa del Vino
Più di 100 vini in degustazione e, per non farsi mancare proprio nulla, golosità gastronomiche dal dolce al salato a portata di mano …. E di bocca. E’ quanto succederà Domenica 12 Settembre 2010 in Villa Belvedere a Mirano con la terza “Grande Festa del Vino” organizzata dall’Enoteca Le Cantine Dei Dogi.
Poniamo dei filtri contro le sagre inutili
Il mondo della ristorazione è da considerarsi come eterogeneo, diversi metodi di servire il cibo con l’unico scopo di provocare una certa soddisfazione da parte del cliente.
Fino a qui ci siamo, pura e semplice definizione, ma adesso cerchiamo di differenziare i livelli perché tutti hanno la capacità di offrire pasti ma quanti oltre ai piatti sono in grado di proporre una nuova dimensione artistica del gusto?
Nasce quindi l’idea di cuoco, padrone di una fucina che sforna sapori impastati a emozioni, ricordi di un trascorso frutto della lunga esercitazione tecnica. Le esposizioni artistiche mal si conciliano però con la crisi e la conseguente ed esigua capacità di spendere da parte dei consumatori, che tenderanno quindi a usufruire di servizi di ristorazione più economici come ad esempio le sagre.
E’ ora perciò di raccontarvi un aneddoto che vi chiarirà meglio la mia posizione a riguardo. Un giorno d’estate mi trovavo a Montegalda per svolgere un documentario sulla distillazione, al ritorno dovetti prendere necessariamente la Riviera Berica e attraversare Longare, paesino situato a pochi chilometri di distanza dalla città di Vicenza. In questo caso è necessario sottolineare il luogo per far capire il mio sconcerto nel vedere lo striscione promozionale di una sagra dal tema alquanto bizzarro:”Mexico e Wurstel”.
Cos’abbia a che fare il Messico con la cultura tipicamente teutonica di confezionare insaccati suini resta un dubbio, tanto più considerando che il tutto si svolge in un paese italiano che potrebbe quindi disporre di materie prime di qualità eccelsa.
Tralasciamo peraltro il discorso dell’abbinamento correlato al clima, sfido chiunque a digerire fagioli e maiale durante le notti afose d’estate, preferisco invece concentrarmi sull’aspetto etico della vicenda, Longare è un esempio fra tanti altri di come in Italia l’affare sagre venga inflazionato e dato in mano a Pro loco della zona dotate di scarse capacità organizzative e gestionali. La soluzione più ovvia sarebbe perciò quella di collimare la qualità della ristorazione “seria” con la vantaggiosità economica della sagra. Possibile che nessuno abbia mai pensato di ospitare all’interno di queste manifestazioni grandi firme della culinaria peninsulare?
E’ possibile, tanto più considerando che se il trend dei consumi continuerà ad evolversi verso questa linea, grossolana, avremo come risultato una dispersione a macchia d’olio di una controversa tipicità del prodotto e il fallimento a domino della ristorazione vera. Perché, detto in termini grezzi ma efficaci, il ristoratore fa i conti con le tasse, l’entrate e le uscite mentre l’organizzazione delle sagre spesso elude questi meccanismi fiscali avendo quindi una prospettiva e un margine di guadagno sensibilmente più alto. Mexico e Wurstel? No, grazie.
G. Camedda

Il territorio del Vesuvio, monte di che distrusse con la sua furia le antiche città romane di Pompei ed Ercolano, nonché quello del Monte Somma, cratere più antico, sono da sempre terroir d’elezione di vitigni pregiati.